Come funziona la “censura” su Facebook ?

facebook napalm girlLa scorsa settimana, su Facebook, il primo ministro norvegese Erna Solberg ha fatto qualcosa di apparentemente insignificante: ha postato una foto storica di guerra. Ma questa immagine non era uno scatto austero di Stalin o di qualche truppa sul campo di battaglia o che ne so di Hitler durante la seconda guerra mondiale. La foto in questione raffigura una bambina di circa 9 anni, che corre nuda per le strade sterrate del Vietnam a seguito di un attacco al napalm. Una foto famosissima impressa credo nella mente di tutti noi.

Il post è stato rimosso da Facebook.

Il Primo Ministro ha parlato di “censura”, e il Venerdì mattina successivo, il quotidiano norvegese Aftenposten ha denigrato questa presa di posizione da parte di Facebook definendola come “limitazione della libertà”, in una lettera aperta in prima pagina.
Qualche ora più tardi Facebook ha reinserito il post lasciando giornalisti e utenti ignari di quello che fosse accaduto. Alcuni hanno pensato a un errore nell’algoritmo del sito. Altri hanno gridato alla censura. Sta di fatto che gli sfoghi successivi la rimozione della foto “ragazza napalm” sono stati feroci.
Una lettura potrebbe essere quella che Facebook funziona come una catena di montaggio di una fabbrica e non come una redazione. Capire la natura di questa catena di montaggio cambia quello che possiamo aspettarci da questi sistemi e come dobbiamo approcciarli. Quando si carica un contenuto su un sito come Facebook o YouTube, viene analizzato automaticamente da algoritmi per contenuti illegali facilmente identificabili. In YouTube, per esempio, un programma chiamato ContentID viene utilizzato per verificare la presenza di contenuti protetti da copyright noti. Facebook, e molti altri siti, hanno un algoritmo chiamato controlli PhotoDNA che controlla le foto up-lodate con un database di nota pedopornografia. Tutto questo screening avviene in pochi millisecondi tra upload e pubblicazione.
Oltre a questi controlli automatici su Facebook c‘è la possibilità da parte degli utenti di segnalare un contenuto qualora non venga apparentemente  o effettivamente rispettata la policy. Considerando il numero di utenti nel mondo queste segnalazioni possono essere tantissime al giorno. Facebook ha delle linee guida, ma sotto di loro ha anche strati e strati di persone, in ognuno di questi strati, qualcuno potrebbe rimuovere qualcosa anche se le regole effettivamente la consentono, o permettere qualcosa che le regole proibiscono.

Queste controversie comunque non sono nuove per Facebook.

Già nel 2008 il social network, aveva ricevuto delle critiche per la rimozione di un post che raffigurava una donna che allattava al seno. In entrambi i casi comunque solo dopo le insurrezioni della community, Facebook ha cambiato idea autorizzando la pubblicazione delle immagini. In questo senso, quindi la foto della “ragazza napalm” non è una novità. La foto lungi dall’essere la prima o l’ultima ad essere rimossa e reintegrata per “indignazione popolare”. Invece di saltare subito alla conclusioni però, sia la stampa e gli utenti dovrebbero concentrarsi sull’interazione tra il processo di rimozione, il pubblico, e la risposta di Facebook. La rimozione, il processo che c’è dietro di esso, e le risposte degli utenti, fanno parte di una nuova forma di governo che regola l’on line speech. Insomma della serie i dibattiti ai tempi dei social. Attraverso Facebook, e non solo, gli utenti ormai esercitano una nuova libertà di espressione e un nuovo diritto all’informazione, attuando un diritto alla partecipazione sociale.

Forse l’errore è quello di vedere Facebook come un editore come una media company, ma come ha recentemente dichiarato Mark Zuckerberg nella sua visita in Italia ( Zuckerberg a Roma e la lezione alla LUISS ): “no, non siamo una media company: noi facciamo tecnologia”. Anche se su questo argomento c’è chi non è d’accordo Mathew Ingram che scrive su Fortune, risponde senza dubbi: “Sorry Mark Zuckerberg, But Facebook Is Definitely a Media Company“.

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